giovedì 13 giugno 2013

“Le larghe intese non funzionano tra un anno il governo può cadere così l’Italia stenterà a ripartire” - Intervista a Bersani su Repubblica di G. De Marchis

Una nuova metafora ha accompagnato Pier Luigi Bersani nei mesi drammatici in cui ha perso tutto: elezioni, Palazzo Chigi, segreteria del Pd.
«Sa come crescono gli asparagi? Si prepara con cura un’asparagiaia. È un terreno che deve durare 50 anni, non un giorno. E il contadino sa bene che può crescere un asparago bello lungo un anno e un asparago più corto un altro anno».
Il terreno è il partito, gli asparagi di diverse dimensioni sono i leader che si alternano alla sua guida. Se lui fosse lungo o corto, non vuole dirlo perché quello che gli interessa è il terreno.
«L’Italia è il Paese dei personalismi e dei populismi. Berlusconi, Monti, Grillo. Con quali risultati è sotto gli occhi di tutti. Dietro Berlusconi c’è il nulla, la lista di Monti non esiste e Grillo... beh Grillo è nella situazione che conosciamo. Ma dei destini personali mi importa poco. Mi importa invece osservare gli effetti di questo meccanismo. Ogni tre anni nella nostra politica c’è uno spaventoso vuoto d’aria. E se non fossimo agganciati all’Europa, in Italia ci sarebbero già i colonnelli».
Bersani non è smagrito come nei mesi del suo personale declino. Ha recuperato qualche chilo e un’aria serena. Fuma il sigaro nel cortile di Montecitorio.
«Qualcuno pensava che andassi al mare? No, non vado al mare. Mi batterò perché l’Italia diventi un Paese come gli altri. Non soffocato dal leaderismo e dal populismo».
Tradotto: Renzi? «Sarei anche pronto a sostenerlo. Una cosa però dev’essere chiara: oggi si discute della segreteria del Pd, non della sfida per il governo. Il premier c’è già ed è un dirigente del Pd. Per questo penso a primarie aperte ma aperte agli iscritti. Tutti possono andare in un circolo ed iscriversi. Può votare anche
Briatore, per carità. Passa prima da un circolo e vota».
Quella nata ieri con la presentazione di un documento, dice Bersani, non è una corrente.
«Vorrebbe essere un gruppo di federatori. Intorno all’idea di un partito aperto, plurale ma non padronale.
Perché con le forze politiche padronali si è visto come finisce. Finisce che il partito diventa la bad company
di un uomo solo al comando, una salmeria. In quale altra nazione del mondo succede lo stesso? Sarebbe questa la modernità di cui tanti si riempiono la bocca?».
Ma i leader esistono dappertutto, prendiamo Blair. «Certo, Blair, Roosevelt. Leader grandissimi. Ma gli stessi partiti che li hanno espressi, hanno conosciuto anche capi più sbiaditi, asparagi corti. Come Kinnock. Eppure il Labour è sempre lì. E quando Blair era tramontato è stato capace di sostituirlo con Gordon Brown».
Il ritorno di Bersani non può non passare per l’analisi degli errori compiuti. «Il più grande è stato non rompere con Monti quando si è sfilato Berlusconi. Dovevamo dire: si è sciolto un patto, liberi tutti. Eppoi, sì, non sono riuscito a fare di più sui costi della politica. Abbiamo perso 5 punti nelle ultime due settimane. Tre punti per il nostro sostegno a Monti, due perché gli elettori hanno pensato: andate a quel paese anche voi». Poi è arrivato il colpo di grazia delle elezioni presidenziali. «Il Pd è un partito nato all’opposizione dopo la brutta sconfitta del 2008. Dopo il voto di febbraio doveva dare la sua prima prova di maturità, diventare forza di governo. Avevamo vinto alla Camera ed eravamo la forza di maggioranza
relativa al Senato. Invece è cominciata la litania della mezza sconfitta, un’autocommiserazione interessata e indecente. Con il risultato che molti hanno rinunciato al salto di qualità, si sono sentiti disimpegnati ». Come nel voto per il Quirinale. «Lì hanno giocato due fattori. Il primo, più superficiale, è la logica dei feudatari: vendette e ripicche. Il secondo, più profondo, riguarda la natura del Pd. Non voglio la riedizione del centralismo democratico, però bastano due righe in un patto tra di noi: si discute e poi si seguono le indicazioni della maggioranza». Contro Marini il dissenso è stato palese, contro Prodi ha lavorato nel segreto dell’urna. «Non è vero che Marini sarebbe stato il presidente delle larghe intese. Avrebbe dato l’incarico a me o un altro dirigente del Partito democratico. Con la pistola carica dello scioglimento anticipato, Berlusconi non avrebbe fatto tante storie. Per certi versi, Marini sarebbe stato meglio di Prodi. Perché lo so anch’io che con Romano poteva scoppiare una guerra civile».
Bersani è rimasto legato alla formula del governo di cambiamento. «Starò con Enrico Letta fino all’ultimo secondo. Ma la Grande coalizione non funziona. Ha senso solo in due casi: quando c’è la minaccia del terrorismo e quando gli spread impazziscono. Per far ripartire un Paese invece ci vuole un governo, di destra o di sinistra, che dia una scossa. Io penso di non aver sbagliato tante previsioni nella mia vita e temo che tra un anno tutto questo sarà più chiaro». È un punto che lo avvicina a Renzi. «Il braccio di ferro su Iva e Imu lo dimostra. Per me non ci sono dubbi: meglio una minipatrimoniale che far pagare a tutti un costo sui consumi». Sulle riforme istituzionali però la distinzione dal sindaco di Firenze e da una larga fetta del Pd è netta. «Il presidenzialismo è un disastro. Figuriamoci, in un Paese attraversato da mille populismi ... Ma tutti i modelli sono a rischio populismo, persino quello tedesco. Aspetto di vedere la discussione e di misurare i contrappesi».

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